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La Promessa….

La promessa fatta a Sofia. Era il periodo precedente al Covid. Andavo spesso a fare la spesa da Diego, nel mio alimentari di fiducia. Vicino alla cassa trovavo ogni tanto alcune vecchie bottiglie: etichette impolverate, segnate dal tempo, dall’aspetto insolito. La curiosità era troppa per non chiedere da dove provenissero.
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Appartenevano a un anziano medico in pensione, ormai residente in Svizzera, che tornava d’estate sulla costa teramana, dove aveva esercitato la professione. Quelle bottiglie erano i doni ricevuti dai tanti pazienti curati nel corso di una vita. Lui era astemio e desiderava semplicemente liberarsene.

Un giorno la mia attenzione fu catturata da un’etichetta essenziale e senza annata: Emidio Pepe, vino da tavola.

Chiesi il prezzo. Era davvero irrisorio: 30 euro. Comprai la bottiglia, ma dissi a Diego di assicurarsi che l’anziano medico fosse veramente d’accordo.

Il giorno seguente telefonai per sincerarmi che fosse soddisfatto. La risposta fu: «Contentissimo. Anzi, ne ha altre due. Hanno il tappo di sughero leggermente sollevato e, se le vuoi, te le lascia entrambe per 50 euro».

Non esitai neppure un istante.

Quelle bottiglie avevano un aspetto talmente particolare che mandai subito una foto a Sofia Pepe, figlia di Emidio. Mi disse che risalivano ai primi anni Sessanta e che nemmeno loro, in azienda, ne possedevano più. Mi chiese dove le avessi trovate.

Fu allora che le feci una promessa: alla prima occasione ne avrei portata una in azienda e l’avremmo bevuta insieme.

Le prime due le aprii negli anni successivi con amici accomunati dalla passione per il buon bere. Nonostante il tempo trascorso, il vino si presentò ancora vivo. Lo versammo nell’Ovarius, il decanter dalla forma ovale che lavora attraverso il movimento e la forza cinetica. Fu emozionante scoprire quanta energia fosse ancora racchiusa in quelle bottiglie.

Poi arrivò finalmente l’occasione per mantenere la promessa.

Ricevetti la visita di una coppia di vigneron della Mosella e decisi di accompagnarli da Pepe, per mostrare loro una delle aziende simbolo della storia vinicola abruzzese. Portai con me l’ultima delle tre bottiglie.

La stappammo insieme: Sofia, i due vignaioli della Mosella, io e soprattutto Emidio, l’uomo che aveva prodotto quel vino più di sessant’anni prima.

Lo assaggiò e, con la sua autenticità, disse:

«Però è bbon’ stu vin!»

In quel momento compresi ancora meglio il valore di quelle bottiglie. Avrei potuto venderle, certamente. Per qualcuno avrebbero avuto un valore economico importante. Ma per me erano inestimabili e non le avrei mai vendute.

Bere un vino del genere insieme a chi lo aveva creato 60 anni prima non ha prezzo. Alcune esperienze non si possono comprare e, soprattutto, non si possono vendere.

Ancora oggi porto dentro di me il ricordo di quel vino e di quella giornata.

Perché il vino, prima di ogni altra cosa, è emozione.

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Sulla retroetichetta era scritto:

«Questo vino è stato prodotto a carattere artigianale; non è filtrato e né pastorizzato; è vivo: per questo abbiane cura; non metterlo in frigorifero, per rinfrescarlo; basta un secchiello con un po’ di ghiaccio, e bevilo alla temperatura di 10/12 gradi circa.

È adatto per pesce e antipasti vari, e anche dopo il dolce e la frutta.

Il fondo non è un difetto, ma è segno di genuinità.»

 

dedico a te Emidio (Ustì) questo ricordo indelebile e spero che la terra che hai amato cosi profondamente ti sia lieve.

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