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La Paulée d’ Anjou

La Paulée d’Anjou 2026: un viaggio nel cuore dell’Anjou, dove il vino racconta un territorio “Per scegliere un vino non basta degustarlo. Bisogna camminare nei suoi vigneti, ascoltare chi lo produce e comprendere il territorio che lo ha fatto nascere.”
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È questo il motivo per cui ogni anno percorro migliaia di chilometri alla ricerca di produttori che condividano la filosofia di rutaN.

Quest’anno questo viaggio mi ha portato ad Angers, nel cuore della Valle della Loira, per partecipare alla 14ª edizione della Paulée d’Anjou, uno degli appuntamenti più autentici e significativi del panorama vitivinicolo francese.

Un evento che riunisce quasi cento vignaioli biologici e biodinamici, giornalisti, sommelier, chef e professionisti del vino, tutti accomunati da un unico obiettivo: raccontare l’identità dell’Anjou attraverso il vino.

Molto più di una manifestazione

La Paulée d’Anjou non assomiglia alle grandi fiere internazionali.

Qui non si viene per collezionare cataloghi o distribuire biglietti da visita.

Si viene per capire.

Per ascoltare.

Per confrontarsi.

Per degustare con il tempo necessario.

L’edizione 2026 è stata dedicata al ritorno alle radici dell’Anjou Noir, la parte più storica della denominazione, caratterizzata da suoli di scisto che conferiscono ai vini una personalità unica.

Fin dal primo momento si percepisce una filosofia diversa: il vino non viene presentato come un prodotto da vendere, ma come l’espressione di una storia, di un paesaggio e delle persone che lo custodiscono.

Una giornata di formazione

La giornata è iniziata con una serie di conferenze dedicate allo Chenin Blanc, il vitigno simbolo dell’Anjou.

Enologi, ricercatori e degustatori di fama internazionale hanno approfondito il legame tra terroir, clima e interpretazione del vitigno, dimostrando come uno stesso vitigno possa esprimersi in modi completamente differenti a seconda del suolo e delle scelte del vignaiolo.

Successivamente ho partecipato alle masterclass dedicate ai grandi Chenin secchi e liquorosi, ai vini effervescenti dell’Anjou e ai rossi capaci di evolvere magnificamente nel tempo.

Ogni degustazione era accompagnata dal racconto dei produttori, rendendo evidente quanto ogni bottiglia sia il risultato di una visione prima ancora che di una tecnica.

Particolarmente interessante è stata anche la conferenza dedicata alla Generazione Z, che ha affrontato una delle sfide più importanti del vino contemporaneo: come comunicare autenticità ai consumatori di domani senza perdere il legame con il territorio.

Degustare significa conoscere

Durante tutta la giornata ho degustato decine di vini provenienti dai migliori produttori dell’Anjou.

Ma ciò che porto a casa non sono soltanto note di degustazione.

Sono le conversazioni con i vignaioli.

Le spiegazioni davanti a una carta geologica.

Le differenze tra una parcella e l’altra.

La passione con cui ogni produttore racconta il proprio lavoro.

Sono questi dettagli che permettono di comprendere davvero un vino.

Ed è esattamente questo il lavoro che rutaN svolge ogni giorno: selezionare produttori che abbiano qualcosa da raccontare, non semplicemente qualcosa da vendere.

Il territorio continua a tavola

La giornata si è conclusa con una straordinaria cena di gala ospitata nello storico Grenier Saint-Jean.

Anche in questo caso il protagonista non era soltanto il vino, ma l’intero territorio.

La cena è stata affidata a tre tra gli chef più interessanti dell’Anjou:

  • Marjorie Gaboriau, interprete di una cucina sensibile, costruita sul dialogo con i produttori locali e sulla stagionalità;
  • Romain Zarazaga, giovane chef stellato Michelin, capace di coniugare tecnica e profondo rispetto per i prodotti della Loira;
  • David Guitton, chef stellato del ristorante La Table de la Bergerie, che da anni valorizza i prodotti e i paesaggi dell’Anjou attraverso una cucina elegante ed essenziale.

Ogni piatto dialogava con i vini serviti durante la serata, creando un percorso in cui gastronomia e viticoltura parlavano la stessa lingua.

Una dimostrazione concreta che il vino non può essere separato dalla cucina, dal territorio e dalle persone che lo vivono.

Perché rutaN investe tempo in esperienze come questa

Molti mi chiedono perché affrontare migliaia di chilometri per partecipare a eventi come la Paulée d’Anjou.

La risposta è semplice.

Perché il nostro lavoro non consiste nel comprare vino.

Consiste nel scegliere persone.

Quando un ristoratore acquista una bottiglia da rutaN, non porta in carta soltanto un’etichetta.

Porta nel proprio locale una storia.

Porta il lavoro di una famiglia.

Porta un territorio.

Porta un’idea di agricoltura.

Porta una cultura.

Esperienze come la Paulée d’Anjou mi permettono di approfondire tutto questo, di confrontarmi direttamente con i produttori e di continuare quella ricerca che rappresenta il cuore del progetto rutaN.

Tornare con qualcosa in più

Sono ripartito dall’Anjou con qualche bottiglia in più in macchina.

Ma soprattutto con molte idee in più.

Con nuove amicizie.

Con nuove storie da raccontare.

Perché il vino migliore non è quello che emoziona soltanto nel bicchiere.

È quello che continua a raccontare il suo territorio anche dopo l’ultimo sorso.

Ed è proprio questo il vino che, ogni giorno, cerco per rutaN.

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