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Provenza

Alla ricerca del terroir, oltre il vino Ci sono viaggi che si fanno per vedere luoghi nuovi. E poi ci sono viaggi che nascono dal bisogno di capire un territorio. Il nostro viaggio in Provenza è cominciato così. Non con una lista di monumenti da visitare, né con l’idea di attraversare alcuni dei borghi più belli di Francia. Volevamo cercare qualcosa di meno evidente: il carattere di questa terra. Perché il terroir non appartiene soltanto al vino.
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È una parola che usiamo spesso parlando di vigne, suoli, esposizioni e microclimi. Ma viaggiando ci si accorge che il suo significato è molto più ampio.

Il terroir è geologia, certamente. Ma è anche clima, luce, acqua, vegetazione. È il materiale con cui vengono costruite le case. È il colore di un paese. È il modo in cui l’uomo ha imparato, nei secoli, ad abitare un luogo.

È cultura.

È memoria.

Ed è soprattutto relazione tra l’uomo e la terra.

Attraversare la Provenza lentamente, da Aix-en-Provence a Lourmarin, da Gordes a Sénanque e Roussillon, fino ad Avignone, Saint-Rémy-de-Provence e L’Isle-sur-la-Sorgue, è stato un modo per cercare tutto questo.

Non una Provenza da cartolina.

Una Provenza da osservare.

Da toccare.

Da ascoltare.


Aix-en-Provence — La luce

Il viaggio comincia ad Aix-en-Provence.

Aix possiede un’eleganza naturale. Le fontane, i platani, le facciate, le piccole piazze e quella particolare luminosità del Sud della Francia che sembra modificare continuamente i colori delle cose.

Qui è impossibile non incontrare, anche solo idealmente, Paul Cézanne.

Cézanne osservò per tutta la vita questa terra e soprattutto la Montagne Sainte-Victoire. Lo stesso soggetto ripetuto decine di volte, senza essere mai veramente lo stesso.

Cambiava la luce.

Cambiava il cielo.

Cambiavano le stagioni.

E cambiava lo sguardo dell’uomo che la osservava.

È una lezione che appartiene sorprendentemente anche al vino.

Possiamo tornare sulla stessa parcella, assaggiare lo stesso vitigno, incontrare lo stesso vignaiolo. Ma un’annata non sarà mai identica alla precedente.

Perché un territorio è vivo.

Aix ci consegna così la prima parola del nostro viaggio:

luce.


Lourmarin — Il tempo

Lasciando Aix ed entrando nel Luberon cambia qualcosa.

Le distanze sembrano accorciarsi e il ritmo rallenta.

A Lourmarin non serve necessariamente cercare qualcosa.

Bisogna camminare.

Pietra chiara, vicoli, piccole botteghe, alberi, finestre aperte, tavolini all’aperto.

È una Provenza intima, quotidiana.

Qui comprendiamo un’altra componente fondamentale del terroir, forse quella che più facilmente dimentichiamo:

il tempo.

Il tempo necessario a un paesaggio per assumere la propria forma.

Il tempo necessario a una comunità per costruire le proprie abitudini.

Il tempo necessario a una vigna per affondare le radici.

Viviamo in un’epoca che pretende velocità da tutto. Ma i territori non conoscono scorciatoie.

Lourmarin sembra ricordarcelo senza bisogno di dirlo.


Gordes — La pietra

Poi appare Gordes.

Da lontano sembra emergere direttamente dalla montagna.

Le case hanno quasi lo stesso colore della roccia sulla quale sono state costruite e per qualche istante diventa difficile comprendere dove finisca il paesaggio e dove cominci l’opera dell’uomo.

È forse una delle immagini più potenti dell’intero viaggio.

Per secoli si costruiva con ciò che il territorio offriva.

La pietra diventava muro.

Il legno diventava trave.

La terra diventava pavimento, intonaco, colore.

Non si portava un materiale in un luogo per trasformarlo in qualcos’altro.

Era il luogo stesso a suggerire come costruire.

Ed è qui che il concetto di terroir comincia ad allontanarsi definitivamente dalla sola viticoltura.

L’identità nasce quando l’uomo interpreta un territorio senza cancellarlo.


Saint-Firmin — Dentro la terra

Ma Gordes nasconde un’altra dimensione.

Bisogna scendere.

Sotto alcune delle sue case esiste un mondo sotterraneo fatto di ambienti scavati nella roccia: le caves di Saint-Firmin.

Luoghi utilizzati nel corso dei secoli per lavorare, conservare, produrre.

Scendere lì sotto significa entrare fisicamente nella materia sulla quale il paese è stato costruito.

La temperatura cambia.

La luce scompare.

Rimane la pietra.

È un’esperienza semplice ma profondamente evocativa perché rende evidente qualcosa che nel mondo del vino ripetiamo continuamente:

tutto comincia sotto i nostri piedi.

Le radici lavorano dove noi non possiamo vedere.

La geologia rimane nascosta, ma condiziona ciò che cresce in superficie.

Saint-Firmin ci costringe, letteralmente, a guardare il territorio dal basso.


Sénanque — Il silenzio

Pochi chilometri più avanti la Provenza cambia ancora.

In fondo a una valle appare l’Abbazia di Notre-Dame de Sénanque.

L’immagine è conosciuta: pietra chiara, campi, lavanda.

Ma arrivare fin qui permette di scoprire qualcosa che nessuna fotografia riesce veramente a raccontare.

Il silenzio.

Fondata nel XII secolo, Sénanque è ancora oggi legata alla presenza monastica. La sua architettura cistercense elimina quasi tutto ciò che è superfluo.

Non cerca di impressionare attraverso la ricchezza.

Sono la proporzione, la materia e la luce a costruire lo spazio.

È una forma di essenzialità che sentiamo molto vicina.

Perché anche quando scegliamo un vino cerchiamo sempre più spesso la stessa cosa: non l’effetto speciale, non la costruzione, non qualcosa che abbia bisogno di gridare per essere riconosciuto.

Cerchiamo autenticità.

A Sénanque comprendiamo che anche il silenzio può essere parte di un terroir.


Roussillon — La terra diventa colore

Poi arriviamo a Roussillon.

Ed è quasi uno shock.

Dopo il bianco, il beige e il grigio della pietra provenzale, improvvisamente la terra esplode.

Ocra.

Giallo.

Arancio.

Rosso.

Qui il suolo diventa protagonista assoluto.

Le terre ricche di pigmenti hanno segnato il paesaggio e l’attività dell’uomo, e il paese stesso sembra essere nato da quella materia.

Le facciate riprendono le tonalità della terra.

I sentieri attraversano pareti colorate.

La polvere rimane sulle scarpe e sulle mani.

A Roussillon il terroir smette di essere un concetto astratto.

Lo tocchi.

Ed è probabilmente qui che nasce la frase che meglio riassume questo viaggio:

Il territorio lascia sempre una traccia.

La lascia nei muri.

Nelle case.

Nei colori.

Nelle coltivazioni.

Nelle abitudini degli uomini.

E naturalmente la lascia nel vino.


Avignone — L’uomo e la storia

Ad Avignone cambia nuovamente tutto.

Entrando dentro le mura si percepisce immediatamente il peso della storia.

Il Palais des Papes racconta un momento straordinario dell’Europa medievale, quando per buona parte del XIV secolo Avignone diventò il centro della cristianità occidentale.

Qui il terroir assume un’altra dimensione.

Non più soltanto quella naturale, ma quella storica.

Perché un territorio è anche ciò che gli uomini hanno deciso di farne.

Guerre, religione, commerci, potere, migrazioni: ogni generazione deposita uno strato sopra quella precedente.

Esattamente come avviene nella terra.

Avignone è una stratificazione.

E ci ricorda che parlare di autenticità non significa immaginare territori immobili, congelati in un passato perfetto.

Un territorio autentico è un territorio che continua a trasformarsi senza dimenticare ciò che è stato.


Saint-Rémy-de-Provence — Lo sguardo

Poi arriviamo a Saint-Rémy-de-Provence.

E torniamo alla luce.

Le case di pietra chiara, le persiane scolorite dal sole, la vegetazione che entra nell’architettura, i tetti in coppi.

Qui la Provenza sembra possedere una naturale capacità di comporre ogni cosa.

Anche una semplice facciata può raccontare un territorio.

Ma Saint-Rémy significa inevitabilmente anche Vincent van Gogh.

È qui, durante il periodo trascorso a Saint-Paul-de-Mausole, che il suo sguardo incontrò in maniera profondissima il paesaggio provenzale.

Ulivi, cipressi, campi, cielo.

Elementi semplici trasformati dalla percezione di chi li osservava.

Ed è forse questo il punto.

Il terroir esiste indipendentemente da noi, ma abbiamo bisogno di qualcuno capace di interpretarlo.

Un pittore.

Un artigiano.

Un cuoco.

Un vignaiolo.

Persone diverse che fanno, in fondo, la stessa cosa:

prendono un luogo e cercano di restituircene un’interpretazione.


L’Isle-sur-la-Sorgue — L’acqua

L’ultima tappa aggiunge un elemento che fino a questo momento era rimasto quasi nascosto.

L’acqua.

A L’Isle-sur-la-Sorgue è impossibile ignorarla.

La Sorgue attraversa il paese, costeggia le case, alimenta le antiche ruote e accompagna la vita della città.

Dopo la pietra di Gordes, il silenzio di Sénanque, l’ocra di Roussillon e la luce di Saint-Rémy, incontriamo finalmente l’acqua.

Un altro elemento fondamentale nella costruzione di un territorio.

Perché il terroir non è mai una sola cosa.

È un equilibrio.

Geologia e acqua.

Altitudine ed esposizione.

Caldo e freddo.

Pioggia e siccità.

Natura e uomo.

È proprio l’interazione fra questi elementi a rendere ogni luogo diverso da un altro.


Il terroir, prima del vino

Alla fine di questo viaggio ci siamo resi conto che, paradossalmente, per parlare di vino avevamo bisogno di allontanarci dal vino.

Avevamo bisogno di entrare in un’abbazia.

Di scendere sotto un paese.

Di camminare sull’ocra.

Di osservare una casa costruita con la pietra del luogo.

Di seguire l’acqua.

Di guardare la stessa luce che aveva ossessionato Cézanne e Van Gogh.

Perché terroir non è una parola da scrivere su un’etichetta.

È qualcosa di immensamente più complesso.

È l’incontro tra ciò che la natura ha costruito in migliaia o milioni di anni e ciò che l’uomo ha imparato a fare vivendo in quel luogo.

Ed è proprio questo che continuiamo a cercare anche nel nostro lavoro con RutaN.

Non vini perfetti.

Non vini costruiti per assomigliare a ciò che il mercato si aspetta.

Cerchiamo vini capaci di conservare una traccia.

La traccia di una collina.

Di una roccia.

Di un’esposizione.

Di un’annata.

E soprattutto la traccia delle persone che hanno deciso di interpretare quel luogo senza cancellarne l’identità.

Questo viaggio in Provenza ci ha ricordato una cosa molto semplice:

prima viene la terra.

Poi viene l’uomo.

E soltanto dopo arriva il vino.

Forse è proprio lì, quando nel bicchiere riusciamo ancora a percepire qualcosa di tutto questo, che comincia davvero il nostro viaggio.

Il viaggio dentro il terroir.

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